Grafia delle parole

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Maiuscolo

Usate il maiuscolo il meno possibile e, una volta deciso quali parole vanno con l'iniziale maiuscola, è importante comunque conservare un criterio omogeneo. Non scrivete MAI (mai) parole con tutte le lettere MAIUSCOLE. Usate invece le maiuscole attenendovi alle seguenti indicazioni:

  • Usate solo l'iniziale maiuscola per iniziare un periodo dopo un punto fermo, un punto interrogativo e un punto esclamativo.
  • La regola fondamentale è che vanno in maiuscolo solo i nomi propri di persone o di animali e i termini geografici (es. America, Europa, Monviso). Nei nomi geografici composti il nome comune andrà in minuscolo e il nome proprio andrà in maiuscolo (es. mar Mediterraneo, monte Amiata, monte Subasio, lago Trasimeno), tranne nel caso in cui il nome comune sia parte integrante del nome proprio (es. Palazzo Madama, Teatro alla Scala); un caso particolare di questa regola sono i nomi formati da un sostantivo (spesso generico) e un aggettivo che rende il composto un nome proprio (es. Monte Bianco, Medio Oriente, Monte Rosa); nelle entità geopolitiche il cui nome è composto, prendono la maiuscola tutti i nomi, sostantivi e aggettivi (es. Stati Uniti d'America, Regno Unito, Gran Bretagna, Repubblica d'Irlanda; ma Unione europea).
  • Sono nomi propri i nomi di epoche, avvenimenti di grande importanza, secoli (se scritti in lettere), i periodi storici e i movimenti letterari, artistici e filosofici diventati antonomastici (es. Novecento, Rivoluzione francese, il Medioevo, il Rinascimento, la Riforma protestante, l'Umanesimo), generalmente per distinguerli da possibili omonimi generici o comunque per entificazione (cfr. sotto).
  • «Quando una parola o una sequenza di parole indicano non un concetto, ma un individuo, un ente concreto e unico» si considerano nomi propri e vanno scritti con la maiuscola: criterio fondamentale per individuare un'entificazione è la necessità del maiuscolo per distinguere un oggetto particolare da uno generico (ad esempio, la Camera). Qualora una maiuscola non sia necessaria per evitare confusioni (ad esempio, prima guerra mondiale), è da preferire la minuscola: per uniformità, tale regola è prescrittiva nella nomenclatura di voci, categorie ecc.; solo indicativa per il testo delle voci.
  • Nei nomi propri costituiti da più parole, vale la regola generale che solo la prima parola va in maiuscolo. (es. la Banca del lavoro, la Cassa di risparmio).
  • Il maiuscolo può passare o essere esteso alla seconda parola se la prima è un articolo (ad esempio: I promessi sposi, I Promessi sposi).
  • Altre parole mantengono il maiuscolo se lo richiedono di per sé (ad esempio, Senato della Repubblica).
  • Conservano il maiuscolo tutte le parole degli acronimi sciolti (cioè, la scrittura per esteso di un acronimo comune): il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), il Partito Comunista Italiano (PCI).
  • La regola generale vale in tutti gli altri casi:
    • Enti, istituzioni e organizzazioni di qualsivoglia genere: Chiesa cattolica, Camera dei deputati, Consiglio dei ministri, Corte dei conti, Museo archeologico nazionale delle Marche.
    • Facoltà, dipartimenti, istituti universitari e similari prendono la maiuscola; nel caso la denominazione sia del tipo nome + aggettivo, l'aggettivo non prende la maiuscola: Facoltà di Scienze politiche, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Dipartimento di Ingegneria strutturale e del territorio. In questi esempi Facoltà prende la maiuscola perché prima parole di un nome proprio, mentre in Scienze politiche il termine che contraddistingue la facoltà è Scienze, e politiche è aggettivo che lo specifica;
    • Titoli di libri e periodici: Orgoglio e pregiudizio, Delitto e castigo, La Stampa, Corriere della sera, L'Unione sarda, Il Sole 24 ore).
  • Nei nomi di palazzi, teatri, locali pubblici il nome comune va in minuscolo e quello proprio in maiuscolo (es. palazzo Trinci, palazzo dei Priori, teatro Mancinelli) tranne nel caso in cui il nome comune sia parte integrante del nome proprio (es. Palazzo Madama, Teatro alla Scala); un caso particolare di questa regola sono i nomi formati da un sostantivo (spesso generico) e un aggettivo che rende il composto un nome proprio (es. Cappella Sistina, Mole Antonelliana, Ospedale Maggiore).
  • Si può usare il maiuscolo per nomi indicanti cariche pubbliche, autorità, gradi militari, solo quando all'inizio del testo si sia specificato il nome della persona e nel prosieguo la si indichi con il titolo che sostituisce il nome (es.: "Ieri il vescovo Tizio Caio ha detto […]. Nella visita successiva il Vescovo ha ribadito […]"; "Il sindaco Tal dei Tali ha inaugurato […]. Nel discorso tenuto nell'occasione il Sindaco ha affermato che […]").
  • Santo, santa: vanno in maiuscolo quando fanno parte del nome proprio di una chiesa, località, via (es. "Nella chiesa di Santa Caterina", "Le torri di San Gimignano", "Abito in via San Filippo"). In tutti gli altri casi va in minuscolo, anche quando indica la festa (es. "La festa del patrono san Costanzo", "Nella liturgia di santa Scolastica"). In ogni caso mai sostituire la parola san, santo, santa, con "s.".
  • Chiesa: va sempre minuscolo tranne quando indica la comunità dei credenti (es.: Le Chiese cristiane).
  • I punti cardinali quando indicano realtà geografiche o politiche e sono quindi nomi propri (es.: il Sud dell'Italia, gli stati dell'Est).
  • I nomi dei corpi celesti (es. la Terra, la Luna). Le parole terra, luna e sole vanno invece minuscole quando non rappresentano realtà astronomiche.
  • I nomi dei segni zodiacali (es. Il Sagittario, Lo Scorpione).
  • I nomi di festività civili o religiose, anche composte (es. Natale, Capodanno, Primo Maggio).
  • Gli acronimi vanno generalmente scritti tutti maiuscoli, senza punti di separazione (es. FAO e USA: non F.A.O. e U.S.A.); per termini assimilati nel linguaggio comune questi possono essere scritti con la sola iniziale maiuscola nel caso di denominazioni proprie (Fiat, Saab, etc.) e completamente in minuscolo in caso di denominazioni divenute comuni (laser, radar). In ogni caso, per imprese e organizzazioni la cui denominazione è un acronimo, è preferibile utilizzare la forma ufficiale che l'impresa o l'organizzazione si è data (Fiat, Enel, ONU, IBM).
  • Nomi di specifiche unità o organizzazioni militari vanno scritti in maiuscolo (Regia Marina, Brigata Sassari, Unità 731). L'eventuale nome proprio di un reparto può essere scritto in corsivo (es: Brigata Alpina Julia)
  • La parola Costituzione nel senso astratto entificato di fonte normativa del diritto va sempre in maiuscolo; non così nell'uso generico: es. la Costituzione italiana, secondo la Costituzione francese della Quinta repubblica, ma tutti i paesi dotati di costituzione scritta.

Minuscolo

  • Vanno evitate le maiuscole di rispetto o riverenza che, quindi, vanno sempre in minuscolo (es. messa, comunione, celebrazione eucaristica, celebrazione liturgica, liturgia, confessione, matrimonio, ordinazione sacerdotale).
  • Cariche ecclesiastiche come don, mons., fra, suor, padre, vescovo, cardinale, papa, tranne quando viene usato come nome proprio (es. Il Papa ha ricevuto in udienza; ma: papa Giovanni Paolo II).
  • Cariche ecclesiastiche, politiche, accademiche, scolastiche, professionali e militari: vanno sempre in minuscolo quando sono generiche o in presenza del nome proprio (es. vescovo, cardinale, assessore, deputato, senatore, generale, professore – quest'ultimo va abbreviato in prof. e in generale va omesso se c'è il nome, o si indicano eventuali titoli accademici o politici).
  • Scuola elementare, scuola media, scuola superiore, parlamento, governo, ministero, camera, senato, giunta regionale, consiglio regionale, repubblica, regione, università, facoltà, ateneo, quando usate in modo generico, non come nomi propri: es. l'Università di Perugia (specifico) contiene numerose facoltà (generico) umanistiche. Caratteristica storica dell'ateneo (generico) è la presenza di moltissimi studenti stranieri; studio all'università di Milano. Ma: Sono iscritto all'Università degli studi di Milano (nome proprio).
  • I nomi di settori, reparti, uffici o aziende (es. direzione del personale, direzione generale).
  • I nomi di fonti normative (es. legge, decreto legge, codice civile, direttiva, circolare, regolamento)
  • I nomi di popoli, tribù e adepti di confessioni religiose (es. italiani, francesi, asiatici, africani, cristiani, buddhisti). Vanno in maiuscolo solo i nomi dei popoli antichi che non abbiano funzione d'aggettivo e vadano distinti da quelli moderni che li continuano o da altri nomi (Romani, Greci, Persiani, Egizi ecc.); per convenzione vale lo stesso per tutti i popoli storici (Unni, Longobardi).
  • I nomi dei punti cardinali, quando non indicano nomi propri (es. Milano è situata circa 120 km a nord-est di Torino).

N.M.B.: nel dubbio tra maiuscolo e minuscolo prevale il secondo

Uso dell'accento

La necessità dell'accento è prevista dall'ortografia italiana nei seguenti monosillabi in tabella (per evitare eventuali problemi di omografia):

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  • Gli imperativi troncati, così come la parola poco, prendono l'apostrofo e non l'accento: va' pure, fa' un po' come vuoi
  • Per il pronome personale tonico (riflessivo) sé è regola fortemente sostenuta dai linguisti di oggi porre l'accento sempre, anche in espressioni come sé stesso (sebbene non a rischio di confusione), contrariamente all'uso della prima parte del Novecento, ancora ampiamente prevalente. Poiché non c'è accordo sulla norma da adottare ufficialmente, la scelta è lasciata alla sensibilità di ciascuno.
  • L'accento per su avverbio è superfluo (e quindi non va messo, nelle voci di wikipedia); non esistono reali necessità di disambiguazione per i monosillabi omografi delle note musicali, perciò ad esempio l'indicativo presente di prima persona singolare del verbo dare è da scriversi do senza accento. Al contrario, l'accento è da porsi su monosillabi come giù, già, ciò, e sui polisillabi composti come: viceré, trentatré, gialloblù.
  • Un altro uso dell'accento, facoltativo e da usarsi con discrezione, serve a distinguere immediatamente parole omografe (come dài verbo e dai preposizione, subìto verbo e sùbito avverbio, princìpi, ideali e prìncipi, persone: in questo caso si possono distinguere le due parole anche coll'accento circonflesso, non molto usato – principî/principi –, o colla doppia i – principii/principi –) , o per indicare la pronuncia corretta di parole poco conosciute o che comunque rischiano di essere pronunciate scorrettamente: o con l'accento tonico sbagliato (quindi non le parole piane, in genere) o con un'apertura errata delle vocali (pésca/pèsca, cólto/còlto).

Grave o acuto
Nelle parole italiane la vocale a (aperta) può avere soltanto l'accento grave, come anche la o se in finale di parola (sempre aperta in parole italiane). Quindi l'accento può variare fra acuto e grave solo nel caso di e a seconda che sia aperta (è) o chiusa (é). Nella maggior parte dei casi la parola termina con un accento acuto. Quindi, lo si ha nei seguenti casi:

  • ché nell'accezione di perché, e i composti di ché, re e tre, e fé (come perché, giacché, sicché, finché, viceré, ventitré, autodafé);
  • parole come né, sé, mercé, scimpanzé;
  • nei passati remoti (come poté, combatté, credé, eccetto diè);

mentre si ha accento grave con:

  • casi come cioè, ahimè, piè, tè, caffè;
  • nel caso di alcuni termini di origine francese ma con grafia italiana (come relè, sufflè, gilè, purè, lacchè) nonostante, in quasi tutti i casi, l'originale sia scritto con l'accento acuto (e/o pronunciato come [e] chiusa): purè da purée, gilè da gilet eccetera;
  • nella maggior parte dei nomi propri (Giosuè, Mosè, Noè, Salomè, Averroè).

Un discorso a parte meritano i e u, che sono sempre chiuse e quindi teoricamente dovrebbero avere sempre l'accento acuto (ú, í). D'altronde per molti questo non ha senso perché l'accento normale sarebbe quello grave, alternato all'acuto solo in caso di ambiguità. In ogni caso, la presenza nella tastiere italiane solo di ù e ì ha fatto sì che queste siano decisamente prevalenti: lo sono anche in Wikipedia, perciò per uniformità tipografica bisogna scrivere ù e ì.

Scrivere È
Nota che è possibile inserire la È accentata maiuscola, evitando la più accessibile (ma errata) forma E', nei seguenti modi:

  • impiegando il pannello sottostante la casella di modifica del testo;
  • in ambiente Microsoft Windows, utilizzando la combinazione di tasti ALT + 0200;
  • in ambiente X-Window (GNU/Linux, FreeBSD, etc.), utilizzando la combinazione di tasti: FissaMaiuscole + è;
  • in ambiente Mac OS X, utilizzando la combinazione di tasti: Opzione + Maiuscolo + e;
  • con Firefox, adoperando un'estensione come abcTajpu.

Si presti la dovuta attenzione a non confondere la È (corretta) con la É (errata!).

Apostrofi

Nelle date, come in "la guerra del 1914-1918", l'apostrofo non va mai prima della cifra preceduta dal trattino: "la guerra del '14-18", non "la guerra del '14-'18".

Uso della d eufonica

Si può consigliare l'impiego per le congiunzioni e, o e la preposizione a, della d per sostenere meglio la pronuncia, nei casi in cui la parola successiva porti all'inizio la stessa vocale. Per esempio: ad amare, ad andare, ad aprire, ed ecco.

Non sarebbe proprio indicata invece con espressioni tipo: ad Adamo, od Odisseo, ad Iddio, nelle quali la vicinanza di un'altra d complica tutto. Certe espressioni invece sono forme cristallizzate nel tempo, spesso con origine latina, e di norma sono lasciate tali, come nel caso di ad esempio. Inoltre, od è molto difficilmente usato nella lingua comune, e per molti sa di stantìo e di burocratese, per cui è sempre meglio evitarlo.

Provare a pronunciare le possibili versioni della parola aiuterà chi scrive a capire quali forme preferire.

Parole straniere

Le parole straniere vanno sempre indicate in corsivo, qualora non siano ancora entrate nell'uso comune italiano. Attenzione: anche il latino è una lingua straniera. Per capire quindi in generale se una parola debba essere ritenuta straniera oppure no, basatevi sulla fonte principale per ogni lingua, che è il dizionario della lingua stessa (ovviamente ce ne sono diversi, a voi utilizzare il buonsenso): qualora la parola sia presente su un dizionario (o su più di uno), potete considerarla come appartenente alla lingua in questione, perché si suppone che sia già entrata più o meno nell'uso (ciò non significa che sia sempre consigliabile).

Ricordate che, secondo la grammatica, le parole straniere (usate all'interno di un testo italiano) non si declinano mai (ad esempio non è corretto parlare dei computers, ma solo dei computer, senza la 's' del plurale inglese). Infatti, se non sono più citazioni (rare) da una lingua straniera (che come tali vanno in corsivo), fanno parte della lingua italiana e devono sottostare alle sue regole. Se non sono adattate, non possono pertanto formare il plurale come nella loro lingua d'origine, e necessariamente diventano invariabili. Tenete a mente che molte parole straniere, seppure di uso corrente, dispongono di sinonimi italiani ("week-end" si può facilmente sostituire con "fine settimana").

In ogni caso italianizzare o tradurre evita qualunque imbarazzo di questo genere (forma del plurale e del singolare, corsivo o no ecc.), per cui è spesso la soluzione migliore anche quando la traduzione o adattamento non è molto comune (anche perché in genere ad un primo incontro è comunque più comprensibile dell'originale, ed essere comprensibili anche per i "non addetti ai lavori" è particolarmente importante per un'enciclopedia come Wikipedia): ad esempio, può apparire ridicolo scrivere "un vigilantes" o "un murales", perciò perché non dire "un vigilante" (e "dei vigilanti") e "un murale" (e "dei murali")? Non accantoniamo l'italiano nemmeno per pigrizia, nei casi in cui abbiamo l'espressione straniera sulla punta della lingua.


Vedi anche: